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5 cose che l’emergenza Coronavirus ci insegna

marzo 20, 2020 By

Rifiuti, contagi, ambiente, smartworking, senso della vita (e della morte): la pandemia e il cambiamento delle nostre abitudini di vita ci impongono e suggeriscono riflessioni e ripensamenti su alcuni temi rilevanti della nostra condizione e della nostra quotidianità. Ecco 5 esempi.

1. Anche i rifiuti ospedalieri possono diventare energia

Con il virus sono aumentati gli interventi sanitari e, con essi, i rifiuti. Nelle recenti settimane – fra tamponi, guanti in lattice e mascherine – i rifiuti ospedalieri hanno registrato addirittura un + 20%. Un problema? Poteva esserlo. E anche serio visto la portata infettiva, oltre che le difficoltà legate allo smaltimento dei rifiuti. Invece, al momento la situazione è sotto controllo, come ha garantito Andrea Giustini, presidente di Eco Eridania e primo operatore europeo nella gestione dei rifiuti sanitari. I rifiuti sanitari potenzialmente pericolosi, infatti, vengono messi prima in sacchi, poi in contenitori e infine portati in impianti dedicati e autorizzati a smaltirli (in Italia ce ne sono una ventina fra pubblico e privato). Qui, finiscono nei termovalorizzatori, dove diventano energia che viene immessa nella rete.

La lezione? Anche i rifiuti più pericolosi e contagiosi, come quelli sanitari, possono diventare un’opportunità e avere una seconda vita, fornendo energia.

2. Attenzione, anche i rifiuti sono contagiosi

Se i rifiuti sanitari ospedalieri – abbiamo detto – sono smaltiti in sicurezza, diventando addirittura fonte di energia, non si può dire altrettanto dei rifiuti urbani. Anche i rifiuti possono essere fonte di contagio da coronavirus e, quindi, come spiega l’Istituto Superiore di Sanità (Iss), bisogna fare una distinzione tra chi è risultato positivo al tampone e chi no.

I “positivi” non devono differenziare i rifiuti e al tempo stesso ricorrere a una serie di accortezze ulteriori, tipo: a) usare due o tre sacchetti uno dentro l’altro all’interno del contenitore; b) chiudere bene i sacchetti indossando guanti monouso con lacci di chiusura; c) gettare i guanti usati. Per chi non è positivo a tampone e per chi non è in quarantena, invece, la raccolta differenziata continua tutto come sempre, con una raccomandazione: mascherina, guanti e fazzoletti di carta vanno nell’indifferenziata.

La lezione? Nelle emergenze sanitarie, cambiano abitudini, attenzioni e stili di vita. E i rifiuti non fanno eccezione.

3. Aria più pulita

L’Italia e la maggior parte dei Paesi europei (e non) sono al palo. Un grosso guaio sociale ed economico, non solo sanitario. Ma non mancano gli effetti positivi. Con il blocco delle attività, infatti, l’aria è più pulita e i livelli di inquinanti sono giunti ai minimi. A confermarlo l’Agenzia Spaziale Europea che, in questi giorni, ha diffuso delle immagini raccolte dal satellite Copernicus Sentinel-5P. L’animazione (come si può vedere nel video sotto) mostra un’evidente diminuzione dell’inquinamento atmosferico nelle ultime settimane. In particolare, nel nord Italia.

La lezione? Tenere a mente questi dati e immagini una volta che la nostra vita avrà ripreso il normale scorrere per comprendere come passare da un sistema lineare a uno circolare, così come ridurre i consumi e le immissioni, non è una questione ideologica o uno slogan. Ripensare il nostro sistema di produzione e smaltimento avrebbe degli effetti. E le immagini dal satellite sono lì a dimostrarcelo.

4. Italia, occasione smartworking

Prima dell’emergenza Coronavirus gli italiani che lavorano in smartworking erano appena il 2% dei dipendenti (570 mila). Pochi se confrontati con il 20,2% del Regno Unito, il 16,6% della Francia e l’8,6% della Germania. Tutto è cambiato con la pandemia: 554.754 lavoratori ora lavorano da casa e potenzialmente, secondo i consulenti del lavoro, potrebbero essere oltre 8 milioni.

Ma cos’è lo smartworking? E perché è un valore aggiunto, oltreché una necessità? Smartworking («lavoro agile») vuol dire lavorare da dove vuoi tu con i tuoi tempi. Quello che conta, in fondo, è il risultato concordato con datore di lavoro, cliente o fruitori di un servizio. Ed è differente dal telelavoro, nel quale si lavora da casa, ma con gli orari d’uffici e con una serie di incombenze a carico del datore di lavoro (quest’ultimo, ad esempio, deve dotare il dipendente di computer) che hanno limitato la sua diffusione ai casi di disabilità o lontananza del luogo di lavoro.

Riguardo al secondo interrogativo, lo smartworking è un sistema che privilegia risultato e merito. Come scrive Milena Gabanelli, in un reportage pubblicato sul Corriere della Sera, “uno studio della Bocconi appena pubblicato ha messo a confronto due gruppi di lavoratori uguali. Ne è risultato che i lavoratori in smartworking, su 9 mesi di sperimentazione, hanno fatto 6 giorni in meno di assenze, il rispetto delle scadenze è aumentato del 4,5% e l’efficienza del 5%.” E il vantaggio non si limita alla produttività. Per le aziende, smartworking vuol dire anche ridurre spazi e pagare affitti e bollette più “leggeri”. Senza dimenticare i benefici per l’ambiente: meno traffico vuol dire meno inquinamento.

Qualche segnale di cambiato, almeno a livello di grandi aziende, c’era stato, ma il fenomeno andava a rilento per una questione tecnologica (In Italia la banda larga ultraveloce raggiunge il 24% della popolazione, mentre la media UE è del 60%) e culturale. Sotto quest’ultimo punto di vista, infatti, rimaneva la tendenza dei vertici aziendali a considerare le ore le ore trascorse dal dipendente dietro una scrivania più che gli obiettivi raggiunti (o meno). Oggi, però, qualcosa sta cambiando.

La lezione? Spesso crisi e le emergenze riescono a stimolare cambiamenti virtuosi laddove normative e buoni propositi falliscono.

5. L’mergenza dimostra com’è cambiato il nostro rapporto con la vita (e la morte)

Un’ultima riflessione, dal carattere più filosofico. I morti in Italia e nel mondo, così come le ricadute economiche stanno causando grande preoccupazione e partecipazione nel mondo. E ci mancherebbe! Ma non va data per acquisita o scontata, visto che la reazione emotiva collettiva non è stata sempre la stessa dinanzi ai numeri delle morti. Tanto per non andare lontano nel tempo, il giornalista ed ecologista Roberto Della Seta, in un editoriale sull’Huffington Post, osserva che, nel 1968, la “pandemia” influenzale proveniente da Hong Kong causò “solo” negli Stati Uniti oltre 30 mila morti (un milione nel mondo) eppure la società americana, che viveva un momento di particolare fermento, non si fermò. Un esempio che serve per comprendere come il nostro approccio dinanzi a epidemie, disastri naturali, guerre, terrorismo e alle conseguenze mortali sia cambiato non tanto a livello politico e sanitario, quanto antropologico. In altre parole, rispetto al passato, consideriamo la morte come un evento sempre meno “ineludibile” rispetto al passato.

La lezione? L’emergenza Coronavirus ci dice che forse, a livello emotivo, siamo una società più fragile rispetto al passato, ma al tempo stesso ci mostra anche una maggiore attenzione e sensibilità per la vita, a partire dalle fasce più deboli come gli anziani. Un approccio certamente apprezzabile perché, come scrive sempre Della Seta, “questo stesso sentimento si è rivelato un antidoto potente, almeno nel mondo democratico, rispetto all’idea di guerra, annichilendo alla fine certi impulsi “bellicisti” che in passato contagiavano facilmente le opinioni pubbliche. Un antidoto che ci fa ormai percepire come sempre più eccezionale, come sempre più irrevocabilmente dannoso, quello “stato di guerra” che fino a non molti decenni fa era invece considerato perlopiù la norma e non di rado una “buona” norma.”