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Carta, bene il riciclo in Italia. Ma non basta

marzo 29, 2019 By

L’Italia può celebrare marzo, il mese del riciclo della carta, con particolare soddisfazione. I numeri del settore sorridono al Bel Paese. L’Italia, infatti, ha già raggiunto l’obiettivo Ue per il 2025 (75% del riciclo imballaggi), mentre quello per il 2030 (85%) non è poi così lontano (già nel 2017 è stato raggiunto il 79, 8%).

Merito del Comieco, il consorzio per l’imballaggio ecologico, che oltre a una serie di campagne di sensibilizzazione – come quella, appunto, messa in campo a marzo – ha erogato solo nel biennio 2016-2017 circa 110 milioni ai 5.500 Comuni convenzionati più virtuosi.

Merito di un settore, quello cartario, da sempre importante nel Paese con un centinaio di impianti produttivi sparsi nel Paese che garantiscono un riciclo di 10 tonnellate di macero al minuto. E i numeri dovrebbero crescere sensibilmente con la prossima apertura di impianti in Abruzzo, Lombardia e Piemonte.

Merito, soprattutto, dei cittadini e di una raccolta differenziata di carta e cartone cresciuta a livello nazionale dell’1,6% nel 2016-2017 e addirittura del 6,1% (piacevole sorpresa) nel Sud. Una sensibilizzazione che “costa poco” (gli esperti stimano che la raccolta occupi due minuti al giorno in media a un italiano) ma che assicura grandi risultati per la collettività. Per avere un’idea, basti considerare due dati forniti del Comieco: sono 54,2 i kg di carta e cartone riciclati in media all’anno da ogni italiano e 48 i milioni di tonnellate sottratti alle discariche in 20 anni.

Il problema pulper e lo stop della Cina

Proprio le discariche ci portano alla questione più delicata. D’accordo, i comportamenti virtuosi dei consumatori permettono di riciclare più carta, mentre le nuove tecnologie degli imballaggi (tra il 2010 e il 2015 sono stati concessi sul tema 316 nuovi brevetti) aiutano ad aumentare la qualità dei prodotti con minore consumo di materia prima. Però qualcosa da smaltire in modo tradizionale resta sempre. Non solo perché c’è un limite al riciclo di carta e imballaggi, ma perché il 7% del macero è composto dal pulper, lo scarto di lavorazione della carta non riciclabile. Che fare, dunque, con il pulper? O discarica o bruciato. Tertium non datur.

Fino allo scorso anno, il problema veniva risolto esportando il pulper in Cina. Ma da quest’anno non è più possibile: la Cina, infatti, ha detto stop all’importazione di carta riciclata di bassa qualità, mandando in crisi la gestione di rifiuti molti Paesi europei. Il blocco cinese ha prodotto due effetti. Uno positivo e un altro negativo.

Il riciclo non basta, servono impianti

“La conseguenza positiva della svolta cinese è che in Italia apriranno tre nuovi impianti per gestire quel macero che prima andava in Cina”, spiega Stefano Feltri in un articolo sul Fatto Quotidiano del 27 marzo 2019. “Lo squilibrio storico che vedeva il settore italiano esportare macero e importare prodotto finito, pagando così due volte, si riduce di anno in anno. C’è però un effetto negativo, come spiega Andrea Bianchi di Confindustria: ‘Se sale il costo dello smaltimento del pulper si blocca tutta la filiera del riciclo’. Tradotto: se alle imprese del settore cartario costa troppo liberarsi della parte non riciclabile, avranno ben pochi incentivi a investire sulla catena del riciclo. Perché i vantaggi della maggiore efficienza vengono neutralizzati dall’aggravio finale. Per questo un po’tutti nel settore, dalle cartiere ai sindacati ai consorzi, chiedono che si “chiuda il ciclo”. Tradotto: che vengano creati inceneritori (nel mondo della carta preferiscono chiamarli “termovalorizzatori”) dove bruciare gli scarti. Così le imprese potrebbero risparmiare sui costi di smaltimento – la discarica è un salasso – e produrre energia con cui alimentare il resto della lavorazione o che comunque può essere venduta all’esterno.

Insomma, tutti sognano il modello scandinavo con imprese che hanno il proprio inceneritore (in tal senso, interessante il progetto Kme) capaci di chiudere il “ciclo” dei rifiuti.

Già un sogno. E così rischia di rimanere. Per usare sempre le parole di Stefano Feltri, “è assai difficile spiegare a quegli stessi ambientalisti che propugnano la raccolta differenziata che il necessario complemento debbano essere degli inceneritori”.