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Cosa resterà di Greta e degli scioperi “green”?

settembre 28, 2019 By

In questi giorni, hanno suscitato molta attenzione le parole di Greta Thunberg in occasione del vertice Onu sul clima. E al solito, soprattutto in Italia, ci si è divisi in pro e contro. Il tifo, si sa, accende i cuori, ma annebbia i cervelli. Il rischio, in altre parole, è di perdere di vista la questione clima a favore di polemiche sterili. Andiamo con ordine.

Clima e rifiuti, due questioni improcrastinabili

Da una parte, c’è l’esigenza (improcrastinabile) di salvaguardare l’ambiente e ripensare un modello di sviluppo diverso, passando da un’economia lineare a una circolare. Con il progresso tecnologico e la globalizzazione, l’uomo si trova dinanzi a problemi (e sfide) nuovi rispetto al passato. Prendiamo la plastica, una delle emergenze ambientali sulle quali Alvearia si è soffermata in più d’una occasione: nel 1950 la quantità prodotta era di 2 milioni di tonnellate, nel 2017 era di oltre 8 miliardi e, per il 2050, si prevede che la quantità prodotta possa raggiungere i 35 miliardi di tonnellate. Dunque, problemi legati alla tutela dell’ambiente e al clima esistono e vanno affrontati. Anche con una certa sollecitudine. E allora ecco che Greta diventa un’opportunità per accelerare le decisioni dei politici e al tempo stesso un megafono per dar voce (e sensibilizzare) le nuove generazioni su tematiche (ambiente e clima) fondamentali per il nostro presente e futuro.

I rischi di certo ambientalismo

Dall’altra parte, si corre il rischio di delegittimare le giuste battaglie con un ambientalismo “vuoto” e da sfilata. A tal proposito, in un editoriale arguto e ricco di spunti, Claudio Cerasa individua il pericolo della strumentalizzazione: «Ma chi ha a cuore la difesa dell’ambiente dovrebbe preoccuparsi più di chiunque altro di non delegittimare le battaglie in difesa dell’ambiente, spacciando per difesa dell’ambiente ciò che con la difesa dell’ambiente c’entra poco o nulla. Vale quando l’ambientalismo diventa una scusa per fare quello che senza l’ambientalismo non sarebbe concesso, come trasformare I‘Europa in un bancomat capace di deresponsabilizzare gli Stati membri rispetto al tema dell’efficienza dei conti pubblici. Vale quando l’ambientalismo diventa uno scudo per rendere inattaccabile ciò che senza l’ambientalismo sarebbe più facilmente attaccabile, come legittimare la lotta dello Stato contro i vizi del popolo. Vale quando l’ambientalismo diventa una leva economica per rendere sexy ciò che sexy semplicemente non è, come la decisione di costruire manovre economiche aumentando le tasse piuttosto che riducendo le spese. Vale quando l’ambientalismo diventa un pretesto per giustificare ciò che senza l’ambientalismo non sarebbe giustificabile, come la lotta trasversale contro gli inceneritori in nome di un’utopia verde che nell’attesa di avere un mondo fatto a misura di raccolta differenziata non si preoccupa di come salvare il mondo».

“La difesa dell’ambiente è un affare troppo serio per lasciarlo nelle mani di ambientalisti distratti, incapaci di ricordare come il progresso abbia permesso a milioni di persone di affrancarsi dalla povertà e desiderosi di affermare con altri mezzi politiche altrimenti poco popolari venate di anticapitalismo», prosegue il direttore del Foglio. «Fino a che l’ambientalismo verrà utilizzato per giustificare l’ingiustificabile non si potrà non ringraziare Greta per averci costretto a ragionare sul tema. Ma non si potrà non riconoscere che per il momento, se l’ambientalismo diventa un’ideologia vuota che si limita a trasformare in infedeli tutti coloro che hanno una visione meno apocalittica rispetto a quella di Greta, il clima irrespirabile è quello che si respira quando si parla d’ambiente”.

Parafrasando una nota canzone italiana di fine anni Ottanta, cosa resterà di Greta e degli happening “verdi”? Speriamo una maggiore consapevolezza e delle risposte concrete in grado di coniugare crescita economica e tutela dell’ambiente. Altrimenti sarà un’altra occasione persa. Anche per l’ambiente.