News_alvearia

Nel 2050 saremo invasi dalla plastica. A meno che…

agosto 3, 2019 By

La plastica non biodegradabile cresce sempre di più nel nostro pianeta. I numeri parlano chiaro: siamo passati dai 2 milioni di tonnellate degli anni Cinquanta ai circa 8,3 miliardi dei nostri giorni. E per il futuro? Tra trent’anni – nel 2050 – la produzione mondiale si quadruplicherà, arrivando a 34 miliardi di tonnellate.

Esagerato? Affatto. L’Università della California, che ha condotto lo studio più completo di sempre sulla plastica, non ha sparato a caso. La previsione, infatti, tiene conto che, di recente, i grandi della petrolchimica hanno aperto 318 stabilimenti. Un investimento di 186 miliardi che comporterà un aumento della produzione di plastica del 40%.

Suscita impressione, poi, il fatto che una quantità vicina ai 180 milioni tonnellate di plastica prodotta ogni anno ha un ciclo di vita breve: spesso sono sufficienti 20 minuti ed ecco che l’oggetto di plastica è già rifiuto.

Non è tutto. C’è un altro dato, per certi versi, più preoccupante: solo il 9% della plastica viene riciclata e il 12% bruciato nei termovalorizzatori. Il che vuol dire che il 79% finisce disperso nell’ambiente con danni rilevanti (anche) per le specie animali e l’uomo stesso.

Le soluzioni? Nessuno ha la bacchetta magica. Due inversioni di tendenza, però, sono percorribili in tempi relativamente brevi: 1) aumentare il riciclo della plastica; 2) impiegare al posto della plastica materiali maggiormente sostenibili.

Sul primo fronte, va rilevato, come 400 big della grande distribuzione (tra le quali Coca-Cola, Pepsi e H&M) abbiano di recente sottoscritto l’impegno globale per l’economia circolare della plastica promossa dalla fondazione Ellen McArthur e dalle Nazioni Unite. E anche sul secondo punto non mancano motivi di ottimismo. La Novement, ad esempio, ha lavorato a una bioplastica sempre più capace di avvincinarsi alle performance della plastica, preferendo all’amido (polisaccaride contenuto nel riso e nel grano soggetto a un degrado più rapido rispetto ai polimeri fossili) altre fibre, anche di scarto, dalle quali è possibile produrre materiali termoplastici. Un esempio? La cutina, un bio-poliestere ceroso presente nella cuticola delle piante e ricavabile anche dalla buccia dei pomodori.

Infine c’è una terza soluzione, concorrente e non alternativa alle due illustrate sopra: costruire impianti moderni di smaltimento e far lavorare quelli che ci sono. Sulla questione, il presidente di Corepla (il consorzio che tratta gli imballaggi di plastica) Antonio Ciotti è chiaro: «In Italia c’è carenza di impianti, per cui il prezzo di conferimento alle discariche e ai termovalorizzatori è triplicato negli ultimi anni, creando un forte disincentivo per gli operatori a farsi carico di questi costi. Ecco perché i rifiuti vanno a fuoco, è il modo più economico per disfarsene».

E così, mentre il nostro Paese è dopo la Germania il secondo produttore di plastica in Europa dopo la Germania (7,2 milioni di tonnellate ogni anno), c’è un Pianeta da salvare. Dipende da noi. Il tempo stringe e le tonnellate aumentano…