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Energie verdi

Gas e rinnovabili bloccate: ci aspetta un inverno al freddo?

Aprile 24, 2022 By

Con la guerra in Ucraina è “esplosa” anche la questione energetica. Troppe volte rimandata…

Con la guerra in Ucraina è esplosa (anche) la questione del gas e del suo approvvigionamento. Diversificare le varie tipologie energie, recuperare quelle fonti (sotto)utilizzate o puntare tutto sulle rinnovabili? Al momento il dibattito in politica e nell’opinione pubblica è diviso. Anche troppo, visto che il tempo stringe (il prossimo inverno potremmo avere seri problemi con le riserve).

Tante le domande, tante le posizioni e nessuna bacchetta magica. Allora cerchiamo di fare ordine, partendo dai numeri e dal gas. L’Italia consuma circa 76 miliardi di metri cubi di gas. Il 40 per cento viene dalla Russia, mentre il restante da Algeria (31 per cento), Azerbaijan (10 per cento), Libia (4,4 per cento) e Norvegia (2,7 per cento). Dunque, se si dovesse veramente interrompere l’importazione di gas dalla Russia – come ribadito dal ministro Cingolani in un’intervista recentissima ad Alan Friedman per La Stampa – ci sarebbe un 40% di gas da recuperare. Da dove?

Condizionatori spenti

Il risparmio di energia previsto anche per legge (dal 1° maggio 2022 ci sarà il limite di 25° per i condizionatori degli uffici pubblici) è sicuramente mossa buona e giusta. Tanti gli sprechi: la situazione in cui ci troviamo è occasione per rispolverare un po’ di sana economia domestica e pubblica che avevamo dimenticati. Ma non è sufficiente e va usata cum grano salis. Bisognerà guardare altrove.

Riserve di gas

Le nostre riserve di gas sono dislocate in nove impianti (tutti nel nord Italia ad eccezione di Fiume Treste) e sarebbero in grado di fornirci 17 miliardi di metri cubi di gas. Quantità importante, ma comunque insufficiente a sostituire i 29 miliardi che arrivano dalla Russia. Mancherebbero all’appello 12 miliardi di metri cubi di gas.

Rigassificatori

Anche i rigassificatori, cioè gli impianti che ricevono gas liquido e lo trasformano in gas pronto da usare, rappresentano una delle soluzioni ma non la soluzione. In Italia ne abbiamo tre (a Porto Viro, Panigaglia e Livorno) e, in totale, possono contenere 15,3 miliardi di metri cubi di gas. Cifra lontana dalla quantità che prendiamo dalla Russia. Cingolani, sempre nell’intervista rilasciata a Friedman, ha confermato la volontà dell’Italia di aggiungere altri due rigassificatori galleggianti “perché non devono rimanere per sempre, solo per il periodo che ci serve”. Bene, ma non sarà tutto così semplice. Per quattro motivi:

  1. Di queste navi ce ne sono poche e altri paesi sono arrivati prima di noi.
  2. Queste navi costano tanto (possono arrivare anche a 500 milioni euro) ed è pensabile che i costi finiscano nelle nostre bollette.
  3. Potrebbero servire dai 12 ai 18 mesi, un tempo che l’Italia potrebbe non avere.
  4. Nei luoghi papabili per ospitare i nuovi rigassificatori già si sono levate le prime proteste Nimby da parte di sindaci e comitati di turno.

Insomma, anche questa soluzione non è risolutoria.

Gas inattivi

C’è poi la questione dei pozzi di gas inattivi: 752 su 1.298 esistenti. Diverse le piattaforme ferme (l’estrazione nazionale, nel periodo febbraio 2021-febbraio 2022, è diminuita del 25 per cento), mentre dall‘altra parte dell’Adriatico la Croazia sta investendo nel settore e, di recente, ha inaugurato un pozzo per 55 milioni di metri cubi l’anno. Per molti giusto non trovellare visti i pericoli ambientali e i costi maggiori dei benefici, ma per altri siamo davanti all’ennesimo spreco italiano.

Energie rinnovabili

Fatto sta che, come in un gioco dell’oca, si ritorna al punto di partenza: serve energia e l’Italia sembra non avere le idee chiare. Non solo sul tema gas, ma anche sul tema delle rinnovabili, che rimangono una carta su cui scommettere. Tanto per avere idea, le autorizzazioni per i nuovi impianti eolici (progetti del 2021) sono fermi al 99,9%. Poco meglio per il fotovoltaico con il 92,4%.

Dati impressionanti che raccontano un Paese che al palo tra autorizzazioni, commissioni di valutazioni ambientali, inizio opera e ricorsi alla giustizia amministrativa. Certo, qualche segnale positivo c’è. Il Consiglio di Stato ha da poco respinto un ricorso del ministero della Cultura (sbloccati due impianti solari a Montalto di Castri, in provincia di Viterbo), la Provincia di Brescia ha sbloccato il progetto dell’A2A per produrre biometano dai rifiuti e proprio qualche giorno fa è stato inaugurato – dopo 14 anni (!) – il parco eolico di Taranto, in grado di produrre fino a 58 mila megawattora all’anno, pari al fabbisogno annuo di energia elettrica per circa 60mila persone. Segnali – dicevamo – ma ancora troppo timidi per le esigenze del Paese.

Gas, rinnovabili o diversificazione energetica (come suggerirebbe la breve carrellata delle possibilità a disposizione): la verità è che siamo fermi. E presto forse saremo al freddo…