ApprofondimentiNews_alvearia

Più rifiuti e meno impianti: ecco l’Italia durante il Covid

ottobre 16, 2020 By

Inutile girarci attorno: in Italia continuiamo a parlare di economia circolare, green economy e Green Deal europeo, ma la verità è che mancano impianti di riciclo e le discariche sono quasi sature. Sub sole nihil novi, dicevano i gli antichi romani. D’accordo, però cresce nello Stivale la consapevolezza della situazione, anche alla luce degli obiettivi europei da raggiungere e alle analisi fornite da agenzie pubbliche e associazioni private. Tra queste, particolarmente interessanti è quella del recente studio di Fise Assoambiente (l’associazione che rappresenta a livello nazionale e comunitario le imprese private che gestiscono servizi ambientale) perché ci restituisce una fotografia nitida quanto impietosa della gestione dei rifiuti italiana.

Gestione rifiuti insufficiente

Entriamo nel dettaglio e partiamo dai dati più rilevanti: dal 2019 la gestione dei rifiuti si è fatta più complicata, per usare un eufemismo. In pratica, sono aumentati produzione ed export fuori Regione dei rifiuti, mentre gli impianti diminuiscono. Certo, la situazione è resa più difficile dalla pandemia, che ha evidenziato le fragilità del sistema con i problemi di sicurezza per lo smaltimento di quelli urbani e il blocco dell’export da cui dipendono le filiere del recupero di materia. Ma è altrettanto vero che il Paese sconta da anni una carenza impiantistica, figlia (anche) di una sindrome Nimby (Not In My Back Yard) che, tra opportunismi politici e fanatismi ambientalisti, impedisce la realizzazione di opere necessarie per il nostro Paese.

I numeri che preoccupano

E i numeri che lo studio porta all’attenzione confermano un sistema in cortocircuito: rispetto al 2018, la produzione di rifiuti urbani è cresciuta del 2% (+590mila tonnellate), mentre quella dei rifiuti speciali del 3,3% (+4,6 milioni di tonnellate). Sono aumentati pure i deficit regionali (a 2,2 mln/ton), l’export di rifiuti (+31% quelli urbani, +14% quelli speciali) e i costi di smaltimento (+40%). L’unica cosa che è diminuita sono gli impianti di gestione: -396 impianti totali per gli speciali (meno impianti di incenerimento e di digestione anaerobica). La conseguenza? Si allontanano gli obiettivi europei da raggiungere entro il 2035: riciclo dei rifiuti al 65% (oggi siamo al 45%, dunque per raggiungere la percentuale indicata, al netto degli scarti dei processi di recupero, bisognerà portare la raccolta differenziata almeno all’80%); discarica al 10% (oggi al 22%); recupero energetico 25% (oggi al 18%).

Strategia nazionale e investimenti

Lo studio di Fise Assoambiente, però, non si limita a elencare i problemi, ma individua le ricette. Semplici e impegnative al tempo stesso. Ma con il merito di essere chiare e di scuotere il Paese dal torpore e dalla confusione su un tema così importante. Quali sono? Una Strategia Nazionale per la gestione rifiuti e investimenti, come dice Chicco Testa, presidente dell’associazione: “Oggi è ancora più necessario definire una Strategia Nazionale di gestione dei rifiuti che fornisca una visione nel medio-lungo periodo migliorando le attuali performance. Per farlo nei prossimi mesi abbiamo due irripetibili occasioni da cogliere: il piano di aiuti messo in campo dalla UE (Recovery Fund) e il Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti da definire nei prossimi 18 mesi secondo quanto previsto dalla direttiva europea appena recepita”.

Servirebbero, dunque, investimenti in impianti di riciclo, recupero e smaltimento per 10 miliardi di euro. E anche idee chiare e coraggiose della classe dirigente. Sì, perché accanto all’emergenza sanitaria, c’è quella ambientale