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Blocco rifiuti, un’emergenza nell’emergenza

aprile 16, 2020 By

In queste settimane di emergenza sanitaria ci siamo resi conto che la portata contagiosa del virus riguarda non solo la salute delle persone, ma l’intero sistema sociale e produttivo. Da questo punto di vista, è emblematico il caso dei rifiuti. Sebbene il settore sia stato ricompreso tra quelli essenziali, la situazione è molto delicata, con ricadute che coinvolgono economia, occupazione e salute dei cittadini. Al punto che non è esagerato definirla un’emergenza nell’emergenza, oltre che una delle questioni (forse) più sottovalutate nel dibattito pubblico di questi giorni.

No economia, no riciclo

Cosa sta succedendo? L’economia è ferma e le aziende hanno smesso di comprare materie prime, compreso i prodotti riciclati. Così, i magazzini sono pieni di plastica e carta riciclata. Quest’ultima, peraltro è un’attività tanto essenziale nella catena di produzione della carta (sia per il trasporto che per l’imballaggio di merci come cibo e forniture mediche) quanto in crisi da più di due anni, con prezzi che in alcuni casi hanno toccato anche il -300%.

Non solo. Come se non bastasse, l’emergenza sanitaria ha bloccato due settori che solitamente “chiudono il cerchio” di alcuni materiali: con le acciaierie fuori funzione, niente riciclo delle lattine d’acciaio e con i forni spenti dei cementifici, niente riciclo del plasmix (la parte non riciclabile della plastica) e del combustibile solido secondario (risultato dal trattamento della frazione secca dei rifiuti urbani).

Riepilogando: blocco dell’economia, aziende ferme e rifiuti riciclati fermi nei magazzini. E con quest’ultimi strapieni, le possibilità diventano due: termovalorizzare i rifiuti o, peggio ancora, portarli in discarica. Con i pochi termovalorizzatori presenti sul territorio (“grazie” anche i comitati del no e alle scelte miopi di molti politici) ecco che si è puntato prevalentemente sulle discariche. Non proprio la scelta più virtuosa, visto che occupano l’ultimo posto nella piramide dei rifiuti.

Finita qui? No, perché a rendere più complicata la gestione dei rifiuti, sono intervenute le norme di sicurezza del l’Istituto Superiore di Sanità, secondo cui chi è positivo o in quarantena obbligatoria deve sospendere la raccolta differenziata a favore di quella indifferenziata. Un provvedimento necessario per evitare il contagio dei rifiuti, ma che al tempo stesso vuol dire meno rifiuti riciclati e più rifiuti da inviare a termovalorizzazione senza pre-trattamento. Ma – come detto – gli impianti sono pochi, mal distribuiti sul territorio e spesso avversati. E allora, come in un gioco nell’oca, ecco che si torna alle discariche.

Così, il ministero dell’Ambiente, nelle sue linee guida, ha raccomandato agli enti locali di valutare l’aumento dei limiti ordinari di queste. Una decisione che fa i conti con la situazione attuale e che mira a limitare i disagi in alcuni territori (soprattutto al Sud), ma che comunque si pone in deroga ai principi di economia circolare (che alla discarica preferiscono la valorizzazione energetica) e fa tornare d’attualità la questione degli impianti per il trattamento dei rifiuti.

Un problema di lunga data: mancano gli impianti

Eh sì, perché quello dei termovalorizzatori è un problema di lunga data che l’emergenza Coronavirus ha reso più delicata. Senza andare troppo lontani nel tempo, il Rapporto Rifiuti Urbani di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) d’inizio marzo evidenziava, proprio alla vigilia dell’emergenza sanitaria, due aspetti. Da una parte, l’aumento della raccolta differenziata (con buona crescita al Centro e al Sud) e del riciclo effettivo, con il raggiungimento già a fine 2018 (quindi con due anni di anticipo) del 50% previsto dalle normative europee. Dall’altra, la carenza di impianti di trattamento e smaltimento, con due conseguenze: a) esportazione di rifiuti urbani all’estero (soprattutto Paesi dell’Est) con esborso di soldi a danno dei cittadini; b) esportazione, sul fronte interno, dal Centro-Sud verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, cioè le regioni dove ci sono i maggiori impianti per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti e, ironia della sorte, tra le più colpite dalla Pandemia.

L’effetto imbuto dei rifiuti

Il Coronavirus, dunque, ha accelerato l’effetto imbuto dei rifiuti e reso più evidente la contraddizione di un Paese che, nonostante sia primo in Europa per indice di circolarità, sta affrontando la crisi tra aumenti di stoccaggio (concessi per trattenere negli impianti più rifiuti) e aumenti di capacità delle discariche.

E a fare le spese di questa inadeguatezza, saranno presto anche i rifiuti sanitari, che oggi rappresentano un settore molto redditizio. Ben presto, infatti, potrebbe trovarsi nell’impossibilità di gestire il cospicuo aumento di rifiuti, visto in questo comparto dove la termovalorizzazione è necessaria per ovviare ragioni di sicurezza sanitaria.

Speriamo non accada, così come c’è da sperare che sul fronte dei rifiuti urbani e speciali l’attuale difficoltà non si trasformi in una paralisi. A livello sanitario, ambientale ed economico sarebbe troppo per un Paese che ha già pagato un conto  salato nella “guerra” dichiarata dal Covid-19.

Di certo il vaso di Pandora è colmo. Appena finita l’emergenza, l’Italia dovrà fare i conti finalmente con questa fragilità che si porta dietro da anni. Del resto, l’economia circolare necessita di impianti e, con esso, di un cambio culturale non più procrastinabile.