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Rifiuti sanitari e urbani, un mix che potrebbe rivelarsi letale

maggio 4, 2020 By

Lockdown sì, lockdown no, lockdown nì. Mentre prosegue il dibattito sulla Fase 2 e sulle misure economiche da prendere, così come quello sul ripristino o meno delle libertà individuali, in pochi prestano attenzione alla mole crescente di rifiuti sanitari e alle difficoltà di smaltimento di quelli urbani. Qualche voce autorevole – soprattutto sulla carta stampata – non è mancata, ma la questione dei rifiuti ai tempi del Coronavirus è di fatto sottostimata. Eppure, come ribadito di recente in un articolo, l’emergenza esisteva, esiste e in un futuro nemmeno troppo lontano rischia di diventare ingestibile, con ripercussioni su casse e salute pubbliche.

I rifiuti sanitari crescono, ma gli impianti sono sempre quelli

A differenza del business dei rifiuti riciclati (fermi nei magazzini per il blocco delle attività economiche oppure finiti sotto il cielo delle discariche) quello dei rifiuti sanitari ha registrato una notevole crescita con l’emergenza. Al momento non ci sono stati problemi di tenuta, ma presto potrebbe esserci. Basta fare due conti. Nel 2017 l’Italia ha prodotto oltre 179 mila tonnellate di rifiuti ospedalieri e smaltito 34.900 tonnellate di rifiuti infetti (pari a meno di 100 tonnellate al giorno) nei termovalorizzatori autorizzati. Inoltre, sempre nel 2017, il 96% dei rifiuti sanitari è stato bruciato negli impianti del nord (dei 37 inceneritori attualmente attivi nel nostro Paese, 26 si trovano al nord, 5 al centro e 6 al sud).

Tutto questo per dire che se la Lombardia, cioè la regione più colpita dal virus, è riuscita (sinora) a reggere l’onda d’urto grazie a una buona dotazione impiantistica, altre regioni potrebbero non riuscirci. Cosa succederebbe, ad esempio, se l’emergenza sanitaria colpisse la Campania, che produce ogni anno oltre 12 mila tonnellate di rifiuti sanitari, “esportandone” quasi 9mila? Il collasso, of course. Se calcoliamo poi che, secondo i dati della commissione parlamentare sull’Ambiente, l’aumento dei rifiuti ospedalieri in questi due mesi è stato del 300% (80 mila tonnellate in più) e che un paziente ricoverato produce in media circa 2,5 chilogrammi al giorno di rifiuti (altamente nocivi) contro il solo chilo prodotto in tempi normali, ecco che arriviamo a un’altra conclusione scontata, che da anni sentiamo ripetere da molti addetti ai lavori: servono più impianti. Certo, questi non sono e non possono essere l’unica via da percorrere, ma è ormai innegabile anche al più irriducibile degli ambientalisti che, senza impianti moderni e distribuiti nel territorio, l’obiettivo dell’economia circolare ha poche chance di successo.

Va poi registrata – a conferma che certi scenari sono tutt’altro che allarmisti – che proprio in questi giorni, il Conai (il Consorzio nazionale imballaggi) è intervenuto sul blocco dei confini regionali e internazionali (la maggior parte delle regioni italiane trasportavano i rifiuti all’estero o al nord del Paese) e sulla saturazione degli impianti, evocando lo spettro della sospensione del ritiro dei rifiuti urbani. Insomma, la ripartenza del Paese non può non passare dai rifiuti e da un ripensamento dell’intero sistema. Anche perché – non dimentichiamolo – lo smaltimento e il riciclo dei rifiuti rappresenta un’opportunità economica e occupazionale da cogliere oggi più che mai.

Una nuova sfida: la sicurezza degli operatori

Gli oggetti possono essere fonte di contagio (il Coronavirus rimane attaccato a questi per un tempo che va da pochi minuti a 9 giorni). Ecco allora un’altra questione delicata di questi giorni è la sicurezza degli operatori sanitari e delle aziende che gestiscono i rifiuti.

A proposito dei primi, va ricordato come i rifiuti ospedalieri denominati “Covid” vengono stipati in container all’esterno delle strutture mediche, dove rimangono per circa 4-5 giorni prima di essere caricati e trasportati all’inceneritore. Un procedimento accettabile in una situazione normale, ma che oggi, visti i tempi di permanenza del virus sulla superficie, espone i dipendenti sanitari a gravi rischi. E qui torna l’importanza di avere impianti ad hoc, che facilitino lo smaltimento in sicurezza e in tempi rapidi.

Riguardo gli operatori che ritirano i rifiuti urbani, invece, l’Istituto Superiore di Sanità ha previsto che le persone risultate positive e in quarantena debbano interrompere la differenziata per l’indifferenziata e attenersi ad alcune regole: tra queste, quella di avvolgere gli scarti (plastica, vetro, umido, carta) in due o tre altri involucri. Si tratta di misure necessarie per tutelare chi raccoglie e smaltisce i rifiuti, soprattutto in caso di mascherine, guanti in lattice e tamponi faringei. Ad oggi il sistema ha retto. La cronaca, però, racconta che gli operatori morti in Italia sono stati due e che i contagiati, nella solo Roma, sarebbero una ventina. E il condizionale è d’obbligo, visto che parliamo di cifre in difetto.

In questo caso, però, la soluzione è più a portata di mano rispetto a quella degli impianti. La salute degli operatori, infatti, dipende da noi cittadini e dall’attenzione con cui ci atterremo alle regole dell’Iss. Una nostra leggerezza e superficialità potrebbe costare caro ad altre vite umane. Una lezione che avremmo dovuto imparare già da tempo.