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Plastica monouso, passa la norma “salva tartarughe”

maggio 29, 2019 By

Dal 2021 stop alla plastica monouso. Il Consiglio europeo, infatti, ha dato il via libera formale alla direttiva dell’Europarlamento dello scorso marzo (a sua volta concordata in via informale con i Ministri Ue a dicembre) che cambierà alcune nostre abitudini (oggetti del quotidiano come piatti, posate, cannucce sono stai messi al bando) ma forse pure le sorti del nostro ambiente. E in meglio. I Paesi europei, peraltro, hanno preso due ambiziosi quanto importanti impegni: raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029 e far sì che queste avranno un contenuto riciclato di almeno il 25% entro il 2025 e del 30% per il 2030. Speriamo bene.

Di sicuro, negli ultimi anni, la sensibilizzazione sui danni dei rifiuti in plastica all’ambiente e agli animali è cresciuta molto. Secondo una recente inchiesta della Coldiretti un italiano su quattro (il 27%) evita di acquistare oggetti di plastica monouso come piatti, bicchieri o posate, mentre il 68% ritiene che sarebbe opportuno pagare un sovraprezzo per questi prodotti.

Del resto, basta vedere una delle tante iconiche e drammatiche foto di tartarughe marine soffocate dalla plastica per capire la portata del problema. Oppure affidarsi i numeri. Solo l’Unione Europea, per avere un’idea, produce circa 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica all’anno, di cui 150-500 mila tonnellate vanno a finire nei mari.

Nelle nostre spiagge, ogni passo cinque rifiuti

A tal proposito, giusto ventiquattro ore prima del via libera del Consiglio europeo al divieto dei prodotti monouso di plastica, Legambiente ha pubblicato il rapporto Beach Litter 2019. Si tratta di una fotografia inquietante su come le nostre spiagge siano invase da plastica. Su 93 spiagge monitorate (circa 400 mila metri) sono stati rinvenuti una media di 968 rifiuti ogni 100 metri lineari. In pratica, per ogni passo che facciamo sulle nostre spiagge incrociamo più di cinque rifiuti, 10 ogni metro. E quale rifiuto la fa da padrone? La plastica of course, con l’81% dei rifiuti (784 rifiuti ogni 100 metri). Ma il dato più inquietante è che i rifiuti in spiaggia e sulla superficie del mare sono appena il 15% di quelli che entrano nell’ecosistema marino: la restante parte galleggia o si deposita nei fondali marini.

Il caso dei capodogli spiaggiati

Sul tema plastica, poi, va segnalato che Greenpeace è salpata nel Tirreno con il progetto Blue Dream Project. Un viaggio in mare di tre settimane, durante il quale un team di ambientalisti di Greenpeace, biologi e ricercatori del Cnr cercherà di capire lo stato di salute e di inquinamento del Tirreno. Il progetto nasce dopo che, in Sicilia – sulla costa di Lascari tra Cefalù e Buonfornello -, è stato ritrovato spiaggiato un capodoglio rosa femmina, di appena 6-7 anni. Nello stomaco del cetaceo, infatti, sono stati ritrovati diversi chili di plastica. Un caso che ricorda quello di qualche mese fa, quando un altro capidoglio femmina è stata ritrovata morta a Porto Cervo, in Sardegna, con 22 kg di plastica nello stomaco. Senza dimenticare gli esemplari di tartaruga marina trovati lungo le coste italiane, dall’Elba alla Sicilia, e morti a causa dell’inquinamento fuori controllo.

Gli spazzini del mare

Sulla questione plastica in mare, infine, è di questi giorni un reportage di Repubblica su Fishing for Litter, un protocollo d’intesa che coinvolge Regione Lazio, Corepla (consorzio per raccolta, riciclo e recupero plastica), Legambiente, Capitaneria di Porto, Comune di Fiumicino e altri soggetti istituzionali. Lo scopo? Fare in modo che sacchetti, imballaggi, bottigliette e altri rifiuti recuperati dai pescatori vengano portati a riva e poi smaltiti (cosa che fino a inizio anno non era consentita). Come racconta Pasquale – uno dei pescatori – a Repubblica del 24 maggio, “Un tempo eravamo semplici pescatori, ora siamo gli spazzini del mare e siamo fieri di esserlo, perché ai nostri nipoti vogliamo lasciare un mondo più pulito”.

Per avere idea della situazione descritta da Pasquale, basti pensare che in un solo mese (tra marzo e aprile) le reti di 12 barche, tra Capo Linaro e Capo D’Anzio, hanno tirato su una tonnellata di immondizia. Tra questi c’è di tutto: non solo tubi di gomma (22%), pellicole in plastica (17%), reti da pesca e da cantiere (16%), stracci e corde in canapa (14%) e materiale vario come acciaio, materiale organico, tetrapak, alluminio (16%), ma anche una scarpa nera Adidas numero 43. Come riporta il quotidiano “non ha più i lacci, ma un polpo che ha fatto del suo interno una nuova casa. Ed è questa l’immagine più triste che descrive ciò che c’è nel mare a due passi da Roma”.