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Emergenza rifiuti, cosa ci dicono i casi Toscana e Lombardia

maggio 21, 2019 By

In Italia, si sa, fare impresa è più difficile. Burocrazia, giustizia, tasse: la lista degli ostacoli è lunga. Da qualche anno, però, se ne è aggiunto un altro: quello dei rifiuti. Per capire la portata del problema (affrontato in più d’un occasione da Alvearia) facciamo un breve viaggio lungo la penisola.

Toscana, l’allarme di Confindustria

E partiamo dalla Toscana. In una recente assemblea di Confindustria Toscana Nord, gli industriali di Lucca, Pistoia e Prato sono stati chiari con le istituzioni presenti: “Facciamo fatica a smaltire gli scarti industriali”. Parliamo di numeri grossi. Per capirci, nelle tre province sopra citate ogni anno vengono prodotte 250 mila tonnellate di rifiuti speciali. Una parte di questa quantità potrebbe essere maggiormente riutilizzata e un’altra bruciata, producendo energia per il territorio. E invece non succede. Perché? Semplice. Per due motivi: a) mancanza di normative chiare sui sottoprodotti e sul processo chiamato end of waste; b) mancanza di impianti.

La soluzione? Semplice anche questa. Costruire impianti di smaltimento dei rifiuti. Ad oggi, le industrie toscane si rivolgono spesso e volentieri al termovalorizzatore di Brescia, con aggravio di spese (al costo dello smaltimento va aggiunta quello per il trasporto dei rifiuti). E proprio l’impianto lombardo rappresenta il modello di riferimento. Con le 735 mila tonnellate di rifiuti (urbani e speciali) bruciati capaci di produrre 553 mila gigawattora in un anno, infatti, l’impianto di Brescia non solo garantisce energia per i cittadini, business per il territorio e servizio per le imprese, ma anche e soprattutto è uno strumento per chiudere il ciclo dei rifiuti. “Il termovalorizzatori non solo la negazione dell’economia circolare, ma il suo ultimo e necessario anello”, ha precisato il presidente di Confindustria Toscana nord Giulio Grossi nel corso dell’incontro.

Il rappresentante degli industriali toscani ha poi lanciato un appello ai politici regionali presenti: “Costruiamo insieme, noi privati e voi istituzioni pubbliche, un impianto che serva sia per i rifiuti urbani che per quelli industriali, così da rassicurare i cittadini, risolvere i due problemi in uno e superare tutti gli ostacoli che fino a oggi hanno impedito di fare passi avanti”. Dal canto suo, la Regione Toscana è consapevole dell’importanza degli impianti dei rifiuti e delle infrastrutture e per voce dell’assessore all’ambiente Federica Fratoni ha precisato: “La Regione sta valutando il progetto del pirogassificatore presentato dall’azienda Kme che prevede il riutilizzo degli scarti delle cartiere”. Vedremo. Di sicuro la politica nazionale e regionale è chiamata a fornire risposte concrete e in tempi brevi.

La Lombardia tra inchieste e costi raddoppiati per le imprese

Spostandoci a Nord in Lombardia, dove la cronaca giudiziaria di qualche settimana fa ci racconta che la procura di Milano ha chiesto il rito immediato per 13 indagati. L’accusa? Traffico di rifiuti (37 mila metri cubi) sistemati in capannoni e poi bruciati. Uno dei tanti casi nella penisola di magazzini pieni di rifiuti che invece di essere riciclati, vengono bruciati. E come in un gioco dell’oca si torna sempre lì: norme fumose e pochi impianti. Una difficoltà nello smaltire i rifiuti aggravata dal recente stop della Cina a importare rifiuti di bassa qualità con effetti sui prezzi a carico delle imprese. Solo per rimanere in Lombardia, Confindustria ha rilevato che nel 2018 i costi di smaltimento rispetto al 2014 sono raddoppiati (in media, 165 euro a tonnellata) rispetto al 2018. E nelle altre regioni la situazione per le imprese non è migliore. Anzi.

Quanti impianti servirebbero al Paese

E allora? La risposta è sempre quella: servono impianti. Ma prima ancora serve la presa di coscienza della politica e del territorio che non tutti i rifiuti possono essere riciclati o portati in discarica (a tal proposito va ricordato che le direttive europee impongono al massimo il 10% entro il 2035, mentre ad oggi in discarica finisce il 23% dei rifiuti urbani). Secondo gli operatori del settore, come riferisce Jacopo Giliberto in un articolo sul Sole 24 Ore del 16 aprile, all’Italia servirebbero una ventina di impianti per le principali filiere del riciclo (carta, plastica, metalli, legno, vetro ecc.), 22 impianti per produrre biometano e 24 termovalorizzatori per un investimento di 10 miliardi.

Insomma, la strada è lunga ma va percorsa e anche a buon passo. In caso contrario, la paralisi che il Paese sta vivendo si prolungherebbe e con essa l’equazione seguente: niente impianti, più costi, progetti fermi e occupazione a rischio. Senza dimenticare l’economia circolare. Come ha detto il presidente del gruppo tecnico Industria e Ambiente di Confindustria Claudio Andrea Gemme: “L’economia circolare non si fa a parole ma con gli impianti, sia di recupero di materia che di energia, come i termovalorizzatori”.