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Rifiuti speciali, servono nuovi impianti

aprile 11, 2019 By

Quello dei rifiuti speciali è una questione importante per il Paese, forse sottovalutata dall’opinione pubblica. Sebbene l’Italia possa vantare in materia un’ottima percentuale di riciclo, la sua gestione non ottimale ha delle ripercussioni sull’ambiente e anche sui posti di lavoro.

Rifiuti speciali, cosa sono e i numeri in Italia

Ma andiamo con ordine e partiamo proprio dalla definizione. I rifiuti speciali sono gli scarti prodotti dalle imprese (agricoltura, artigianato, commercio, industria) e si distinguono dai rifiuti urbani, che sono quelli prodotti dai cittadini e servizi quali gli uffici e le scuole. Chi li produce può scegliere se conferirli in azioni di recupero o smaltimento.

Secondo i dati dell’Istituto nazionale di ricerca ambientale (ISPRA) relativi al 2016, l’Italia produce all’anno 135,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, cioè 2.200 kg a testa per ogni italiano. Un valore basso se confrontato con la media europea (circa 3.000 kg), ma che è sottostimato. Basti pensare che le imprese con meno di 10 dipendenti e quelle che producono i cd rifiuti inerti (quelli che non subiscono alcuna trasformazione fisica, chimica o biologica come mattoni, ceramiche e vetro) non sono obbligate a dichiarazioni di legge.

Un dato è certo: i rifiuti speciali crescono ogni anno (nel 2016, rispetto all’anno precedente, sono cresciuti del 2%). Come è certo che l’Italia è uno dei Paesi più virtuosi nella gestione dei rifiuti industriali con circa i 2/3 di prodotti e materiali che vengono avviati al riciclo (92 milioni di tonnellate, equivalente al 65%). In questo caso, va detto, è probabile che alcune cifre siano in eccesso (il riciclo è considerato nella fase d’avvio ma non di output) ma poco cambia: il Bel Paese è il distretto industriale più importante d’Europa per i rifiuti speciali. Al punto che se applicassimo gli obiettivi previsti dall’Ue per i rifiuti urbani anche a quelli speciali, l’Italia sarebbe già negli standard individuati per il 2035.

Servono impianti

Quindi, tutto bene? Non proprio. Come accennato, la gestione dei rifiuti speciali è buona, ma non ottimale. L’Italia, infatti, ricicla tanto, ma brucia troppo poco. Rimane, dunque, da sistemare quel terzo dei rifiuti industriali che non viene riciclato. Tanto più dopo che la Cina ha detto stop a molte importazioni di materiali di riciclo. La percentuale degli scarti soggetta a incenerimento e recupero energetico, infatti, è del 2,4% (3,2 milioni di tonnellate) e riguarda per lo più piccoli impianti. Una quantità troppo bassa. Tant’è che la restante parte (15,3 milioni di tonnellate) viene conservata o tenuta in stand by in attesa di essere avviata a smaltimento o riciclata oppure ancora trattata negli impianti di smaltimento biologici o chimico fisici.

E allora? Come in un gioco dell’oca torniamo lì: servono nuovi impianti. A tal proposito, Andrea Sbandati in un articolo-inchiesta sul Foglio del 20 marzo 2019 ha individua tre tappe:

1. Potenziare e mettere in sicurezza le filiere del riciclaggio.

2. Incenerire in Italia i rifiuti destinati all’estero col vantaggio di produrre energie, investimenti e occupazione.

3. Incrementare o potenziare le discariche per ricevere rifiuti non pericolosi (in caso di crisi del riciclo) e soprattutto quelli pericolosi, visto che in Italia abbiamo solo una discarica per quest’ultimi, mentre occorrono almeno altri 25 milioni di m³.

E non è finita: serviranno anche gli impianti per smaltire i fanghi (rifiuti speciali, ma non industriali) una volta completati tutti gli impianti al sud. Si calcolano che occorreranno 10 impianti di recupero energia e nuovi compostaggio e riciclaggio in grado di trattare almeno 4 milioni di tonnellate.

Insomma, tanto si è fatto, tanto si deve fare. Anche perché i nuovi impianti per i rifiuti pericolosi valgono 10 miliardi di investimento e un migliaio di posti di lavoro. Senza dimenticare che la riduzione dei costi e certezze nello smaltimento dei rifiuti sono fattori decisivi per gli investimenti e il futuro di aziende e dipendenti. E le difficoltà delle aziende del cartario nello smaltire il pulper sono lì a dimostrarlo.