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Il prezzo da pagare per un Paese con pochi impianti

gennaio 24, 2020 By

Certe decisioni si pagano. Anche se sul momento non ce ne rendiamo conto. Prendiamo i No a prescindere a qualunque impianto di smaltimento dei rifiuti: le scelte dei politici e le proteste dei comitati Nimby di turno sul momento sembrano normali, legittime, persino condivisibili/comprensibili. Ma, se allarghiamo l’obiettivo e guardiamo l’intera fotografia, ci rendiamo conto delle conseguenze economiche, sociali e anche sanitarie di queste (non) scelte. In tal senso, è particolarmente chiara e accurata l’immagine scattata dal centro studi della società indipendente Ref nel suo recente dossier I rifiuti in movimento.

Il turismo dei rifiuti italiani

Partiamo dal cuore del problema. Molte regioni italiane hanno rinunciato a impianti di smaltimento e avvio a recupero energetico e così non sono autosufficienti. Il risultato? Ogni giorno, 550 tir trasportano i rifiuti in altre regioni della Penisola oppure all’estero (l’Austria una delle mete preferite) dotate di discariche e termovalorizzatori. Ben 200 mila e passa viaggi in un anno! Per avere meglio l’idea del fenomeno, immaginate una fila lunga 3.300 chilometri, quasi la distanza tra Reggio Calabria e Mosca. Col risultato paradossale che quello che si vuol far uscire dalla porta (l’inquinamento, of course) rientra dalla finestra con emissioni di CO2 e polveri sottili (550 tir consumano parecchio gasolio) e costi ai danni di imprese e cittadini.

A proposito dei cittadini, gli economisti del Ref hanno calcolato la spesa annua dei rifiuti per una famiglia tipo (tre componenti in un immobile di 108 metri quadri) per regione. Ebbene, sul non invidiabile podio del servizio più oneroso ci sono Campania (447 euro), Lazio (383 euro) e Sicilia (382 euro). Guarda caso, proprio quelle regioni che hanno il maggior deficit impiantistico.

Il caso Roma

Il prezzo che pagano i cittadini, naturalmente, non è solamente economico. Indicativo il caso Roma. Prima la chiusura del termovalorizzatore di Collefferro (ottobre 2018), poi quella dell’impianto di via Salaria che selezionava i rifiuti destinati alla discarica o agli inceneritori (dicembre 2018), infine quella della discarica di Colleferro (gennaio 2020) hanno messo in ginocchio la Capitale. L’Ama, infatti, non sa dove portare e smaltire i rifiuti. E così, complice anche qualche inefficienza della municipalizzata, le strade sono riempite da tonnellate di immondizia attorno ai cassonetti. Un danno per l’ambiente, per la salute dei cittadini e anche per l’immagine della città e del Paese.

Le eccellenze italiane

Nel panorama appena descritto, c’è spazio per l’ottimismo? Certo che sì. Oltre alle criticità, nel nostro Paese non mancano le eccellenze. È vero, l’Italia ha pochi impianti. Ma è altrettanto vero che alcuni di questi sono tra i più all’avanguardia nel mondo. Se il termovalorizzatore di Copenaghen funge anche da pista di sci, quelli di Brescia, Milano e Torino sono collegati a reti di riscaldamento (a Brescia sono stati eliminati 20 mila cammini condominiali). Senza dimenticare l’impianto di Bolzano capace di riscaldare 10.000 alloggi e illuminarne 20.000 con un impatto ambientale veramente minimo

E anche il Sud, tra insufficienze impiantistiche e storie di cronaca nera sul tema, ha la sua bella storia da raccontare. Parliamo del termovalorizzatore di Acerra, in Campania. Di proprietà della Regione e gestito dal gruppo A2A, è un impianto che brucia e trasforma in energia i rifiuti non pericolosi “trattati” nei 7 impianti Stir (Stabilimenti di tritovagliatura e imballaggio rifiuti). I numeri raccontano 6.200.000 tonnellate di rifiuti “trattati” capaci di soddisfare oltre 220 mila famiglie senza alcun impatto ambientale. Come rilevato dallo studio dell’Isfom (l’Istituto per i sistemi agricoli del Cnr) “In termini emissivi, l’apporto del termovalorizzatore di Acerra appare trascurabile per tutti gli inquinanti”. L’impatto delle diossine, peraltro, è 100 mila volte inferiore al valore guida suggerito dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Differenziata, un mezzo per il riciclo

Sulla differenziata, poi, non abbiamo nulla di invidiare a molti Paesi del Nord Europa. Milano, col 55,6%, è insieme a Vienna la metropoli europee più virtuosa. E la stessa Roma vanta tassi del 42%, mentre alcuni Comuni del Veneto raggiungono anche l’80%. Il problema, anche qui, è la mancanza di impianti. Come sottolineato da Riccardo Viselli, uno dei più preparati tecnici del settore rifiuti in un dossier di Alvearia sui rifiuti, la raccolta differenziata non è altro che un mezzo per aumentare il riciclaggio dei rifiuti. E per realizzarlo e raggiungere gli obiettivi fissati dall’Europa (55% riciclaggio dei rifiuti urbani del 2025, 60% nel 2030 e 65% nel 2035) occorrono impianti, dove raccogliere gli scarti, ripulirli e trasformarli in materia prima-seconda affinché possano essere lavorati o trasformati in energia dagli impianti di riciclaggio e chiudere il ciclo dell’economia circolare.

Ecco, alla fine, come in un gioco dell’oca, siamo tornati al punto di partenza…