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E se i termovalorizzatori fossero la soluzione per chiudere il ciclo dei rifiuti?

novembre 6, 2019 By

Termovalorizzare. Una parola, un verbo che fa paura e suscita proteste e reazioni ostili. Eppure il ricorso ai termovalorizzatori per smaltire i rifiuti industriali è un percorso obbligato, visto che il 30% dei rifiuti in questione non è riciclabile e le discariche rappresentano la soluzione ambientale più impattante (oltre che la più abusata).

La stessa Unione europea indica la termovalorizzazione come uno strumento necessario per progredire verso un’economia circolare. Schematizzando, la piramide dei rifiuti indicata dall’Ue prevede cinque azioni in ordine di virtuosità: 1) riduzione (siamo ancora nel mondo dei prodotti non ancora “rifiuti”, sono le strategie di prevenzione dei rifiuti per ridurne la quantità); 2) riutilizzo (include le azioni che portano a un nuovo utilizzo dei prodotti o a un loro prolungamento di vita); 3) riciclo (sono le strategie per riutilizzare come materie prime-seconde i materiali derivanti della raccolta differenziata): 4) recupero (il recupero energetico e la combustione dei rifiuti con il recupero del calore sviluppato attraverso di impianti di termovalorizzazione); 5) smaltimento (lo smaltimento in discarica è il gradino meno virtuoso e più antico che deve essere preso in considerazione solo per gli scarti non recuperabili.

I termovalorizzatori non solo smaltiscono i rifiuti: a differenza degli inceneritori, recuperano il calore prodotto dagli scarti a seguito della combustione e lo trasformano in energia elettrica. Una differenza non da poco: quello di Brescia, per avere un’idea, alimenta l’80% del riscaldamento di tutta la città.

Perché allora tanta ostilità verso questi impianti (in Italia ne sono attivi appena 40, contro i 96 della Germania e i 126 della Francia)? Le perplessità nascono dal timore di emissioni di sostanze dannose per la salute, ma in alcuni casi anche da strumentalizzazioni politico-elettorali di alcuni comitati. Del resto, se le preoccupazioni per l’impatto ambientale e sulla salute erano legittime con i vecchi inceneritori, non si può dire altrettanto con i moderni impianti.

Un esempio virtuoso (e forse un po’ sottovalutato) è quello di Bolzano. Controllato al 100% da una società pubblica, non solo usa una delle tecnologie più all’avanguardia nel mondo, ma riscalda 10.000 alloggi e ne illumina 20.000. Con un impatto ambientale veramente minimo. Prendiamo le diossine: nel 2018, la quantità emessa dall’impianto di Bolzano è stata di 0,00003 nanogrammi a fronte del limite europeo di 0,1 e dei 0,002 emessi dal (giustamente) decantato termovalorizzatore di Copenaghen. Un altro esempio? Le polveri sottili: sempre nel 2018, la media totale di emissioni è stata di 0,05 milligrammi per metrocubo rispetto al limite europeo di 10. Non è esagerato dire che si tratti di un impianto a emissioni quasi zero.

E allora sorge un’altra domanda: ha ancora senso tanta ostilità verso i termovalorizzatori? E, se dinanzi alle difficoltà di smaltire i rifiuti e alle discariche abusive, fossero veramente la soluzione per chiudere il ciclo dei rifiuti?