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Meno impianti, più roghi. Il business del traffico illecito di rifiuti

ottobre 11, 2019 By

La notizia di apertura sarebbe che anche gli ultimi fuochi dell’incendio doloso dello scorso fine agosto, nel deposito di rifiuti a Codogno (provincia di Lodi), sono stati domati. In realtà parliamo dei titoli di coda, visto che siamo al rogo di rifiuti numero 690 in appena tre anni. E allora riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire cosa c’è dietro il traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti grazie anche a un brillante articolo-inchiesta per il Corriere della Sera di Milena Gabanelli e Antonio Castaldo.

Quanto costa lo smaltimento dei rifiuti

In Italia, mancano gli impianti per lo smaltimento dei rifiuti. O meglio, ce ne sono troppo pochi rispetto ad altri Paesi europei. Ci torneremo più tardi. Intanto, per avere un’idea partiamo da un altro dato: nel 2017, sono stati prodotti 37,6 milioni di rifiuti industriali. Gli impianti – come detto – sono pochi e, anche per questo, il costo dello smaltimento è più alto. Secondo Borsino dei rifiuti, una società di servizi specializzata, lo smaltimento di una tonnellata di rifiuti costa in media 160 euro, con picchi di 240. Un business sempre più “caro” per le aziende, come dimostra il fatto che cinque anni fa il costo si aggirava sugli 80 euro a tonnellata. E allora ecco che molte aziende portano i rifiuti non riciclabili in capannoni o in discariche illegali o addirittura gestite dalla criminalità. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna le mete preferite. Qui, infatti, si concentrano molti capannoni dismessi (nel Nord Italia, in appena sei mesi, il Noe dei carabinieri ne ha individuati ben 34).

Il prezzo degli scarti smaltiti illegalmente

Le conseguenze di questo traffico illecito sono tremende. Da un punto di vista ambientale, l’impatto dei roghi e l’abbandono di cumuli di immondizia sono notevoli. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha calcolato che una tonnellata di rifiuti date alle fiamme produce 1,8 tonnellate di CO2. Per capirci, con le sue 5.000 tonnellate di rifiuti dati in fiamme, l’incendio a Milano di via Chiasserini di un anno fa – per il quale, proprio in questi giorni, quattro persone sono state condannate a pene fino a 6 anni e 6 mesi di carcere per traffico illecito di rifiuti stoccati – avrebbe prodotto 9.000 tonnellate di anidride carbonica.

C’è poi la questione economica. Le spese per la bonifica di roghi e rifiuti abbandonati sono ingenti. Sulla carta, i costi dovrebbero essere imputati ai proprietari degli immobili. Di fatto, però, quest’ultimi risultano spesso falliti o irrintracciabili. Il risultato è facilmente immaginabile: paga il contribuente. La Lombardia, ad esempio, ha speso negli ultimi sette anni 25,9 milioni negli ultimi anni per bonificare discariche cessate e siti pericolosi.

Più impianti di ultima generazione

La soluzione? Banale, ma non troppo. Almeno nel Bel Paese. Costruire altri impianti. Parliamo di termovalorizzatori di nuova generazione che non inquinano o che, comunque, emettono quantità praticamente nulle di sostanze nocive. Non è un caso che la Francia abbia 126 inceneritori, la Germania 96, mentre l’Italia – dove permane un atteggiamento ideologico – appena 40. Eppure, in casa, abbiamo un esempio virtuoso.

Parliamo dell’impianto di Bolzano. Attraverso una delle tecnologie più all’avanguardia nel mondo, il termovalorizzatore (gestito da Ecocenter, una società pubblica) produce energia termica ed elettrica attraverso le quali riscalda 10.000 alloggi e ne illumina 20.000 con emissioni medie molto al di sotto dei limiti europei. Prendiamo il caso della diossina. Il limite giornaliero europeo è 0,1 nanogrammi: nel 2018, le emissioni del decantato impianto di Copenaghen sono state di 000,2, mentre quelle quello di Bolzano sono state solo 0,00003.

Certo, gli impianti costituiscono solo una parte dell’economia circolare e della chiusura del ciclo dei rifiuti. Però sono indispensabili. Pe evitare roghi, danni ambientali e aggravi nelle tasche del contribuente.