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Le terre rare non sono rare. Parla Gianni Silvestrini (Kyoto Club)

Ottobre 6, 2022 By

Che cosa sono e a che cosa servono? Sono importanti come il litio e quasi quanto petrolio e gas. Intervista a Gianni Silvestrini, uno dei massimi esperti italiani di politiche ambientali e direttore scientifico del Kyoto Club.

Se ne sente parlare spesso. Cosa sono le terre rare? Perché, insieme al litio, sono così importanti?

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici che godono di particolari proprietà, fra cui quelle magnetiche indispensabili in vari settori.

Pensiamo all’elettronica, alle batterie e alle rinnovabili. In realtà, malgrado il nome, sono abbastanza abbondanti in natura, ma presenti in basse concentrazioni per cui la loro estrazione è piuttosto costosa.

Un altro materiale critico è il litio, che non appartiene però alle terre rare. E il più leggero dei metalli, reagisce facilmente con l’acqua e in natura non si trova allo stato metallico, a causa della sua notevole reattività. Le prime applicazioni furono militari. Infatti, durante la guerra fredda il deuterio di litio era utilizzato nelle bombe a idrogeno. Ma è stato in questo secolo che l’attenzione è cresciuta moltissimo per il suo impiego nelle batterie, utili sia per la mobilità elettrica che per le rinnovabili.

Come per il gas della Russia, non rischiamo di dipendere troppo da un unico Paese non esattamente “amico” per questi materiali così strategici?

Certamente. Ma, l’Europa e gli Usa si sono accorti del grande vantaggio acquisito dalla Cina nella lavorazione delle terre rare, oltre che del cobalto e del litio, e delle relative applicazioni tecnologiche e hanno reagito avviando una nuova strategia. Da un lato ampliando lo spettro delle produzioni di materiali critici, creando nuove miniere o individuando soluzioni innovative.

Dall’altro, sul fronte tecnologico accelerando la costruzione di Gigafactories di batterie, creando un forte settore della mobilità elettrica, rilanciando la fabbricazione di moduli solari e potenziando quella degli aerogeneratori.

Il fatto di non essere indipendenti per il litio – elemento fondamentale per le batterie ricaricabili – non rende più incerto il percorso verso la mobilità elettrica?

Il tema della dipendenza dal litio è centrale. La dimensione di questo mercato è stata valutata in 6,83 miliardi di dollari nel 2021 e dovrebbe espandersi a un tasso di crescita annuale del 12,0% dal 2022 al 2030, trainata dal boom dell’auto elettrica.

Non ci sono però preoccupazioni sulla sua disponibilità, grazie a nuove iniziative estrattive in molte parti del mondo. Qualcosa anche negli Usa, in Nevada, come in Europa, in Portogallo. Un’attività che però trova a volte forti contestazioni locali, come successo in Serbia e in Spagna.

E poi si sta avviando una importante attività di riciclaggio dalle batterie in varie parti del mondo. Negli Usa sta per essere inaugurata una fabbrica in grado di gestire annualmente 90.000 tonnellate di batterie. La Norvegia è molto attiva. Hydrovolt, il più grande impianto di riciclaggio di batterie per veicoli elettrici d’Europa, è in grado di lavorare annualmente 12.000 tonnellate di batterie, sufficienti per riciclare l’intero mercato norvegese delle batterie a fine vita delle auto elettriche.

È vero che in Italia ci sono diversi giacimenti di materiali critici che non vengono sfruttati a causa di opposizioni Nimby?

In Italia da alcuni decenni tutto è fermo. L’ultima carta geologica è del 1973. Aumenta però la l’interesse per lo sfruttamento di vecchie miniere chiuse in Piemonte, Lombardia e Sardegna per materiali critici. In Liguria ci sono degli importanti giacimenti di titanio, la cui estrazione è però fortemente osteggiata dalla popolazione locale.

Esistono poi soluzioni che sono perfettamente inserite in una logica di economia circolare. Parliamo, ad esempio, della possibilità di estrarre litio dalle salamoie geotermiche. Una soluzione su cui stanno lavorando i tedeschi con il progetto Vulcan e che potrebbe vedere applicazioni a Cesano, a nord di Roma, grazie anche all’interesse di Enel Green Power.

La ricerca a che punto è nell’individuazione di alternative tecnologiche che diversifichino il fabbisogno di materie prime per i sistemi di accumulo?

L’innovazione è fondamentale su due fronti. La riduzione della quantità di materiali necessari (pensiamo alle celle solari sempre più sottili) e l’individuazione di nuove soluzioni meno impattanti ambientalmente.

Un esempio interessante viene dalla progressiva eliminazione del cobalto, che comportano notevoli problemi di estrazione con lavoro giovanile in Congo, con il passaggio alle batterie litio-ferro-fosfato. Ormai diverse società, a partire da Tesla si stanno orientando in questa direzione, tanto che questo tipo di batterie è destinato a sostituire gli accumuli a litio-nichel-cobalto.

A livello istituzionale italiano qualcosa inizia timidamente a muoversi. Il Ministero dello sviluppo economico ha infatti avviato nel 2021 un Tavolo Tecnico Materie Prime Critiche e, nel maggio 2022, è entrato nella European Raw Material Alliance. Ma c’è moltissima strada ancora da fare.