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Raccolta rifiuti, perché il sistema non funziona

novembre 5, 2018 By

L’Italia sommersa dai rifiuti. Un Paese paralizzato con un sistema di raccolta che, tranne qualche eccezione, funziona male o è addirittura bloccato. I motivi? Tanti. Alcuni tecnici, altri meno.

Jacopo Giliberto, sulle pagine del Sole 24 Ore, ha condotto un’indagine illuminante che spiega il problema rifiuti in Italia. E il panorama (maleodorante) che ci troviamo davanti è avvilente: città paralizzate, spese sul conto dei cittadini sempre più alte, quantità di rifiuti riciclati non assorbiti, impianti alternativi di smaltimento bloccati dalle contestazioni nimby, sindaci che strizzano l’occhio ai comitati del No di turno e, beffa finale, incendi in odor di malavita che danneggiano l’ambiente.

Ma andiamo con ordine e passiamo in rassegna i passaggi salienti dell’inchiesta.

Rifiuti, come sono classificati

Le principali categorie sono due:

  • Rifiuti urbani (la spazzatura delle famiglie)
  • Rifiuti speciali (la spazzatura delle attività economiche)

A queste si aggiungono altre categorie:

  • Rifiuti pericolosi
  • Rifiuti ospedalieri
  • Rifiuti forsu (frazione organica da rifiuti urbani solidi)
  • Rifiuti assimilati agli urbani (quelli generati dalle attività economica)
  • Rifiuti da raccolta differenziata (carta, plastica, pallet di legno ecc.)
  • Rifiuti da raccolta indifferenziata

Indifferenziata, dove finisce?

In Italia, l’indifferenziata rappresenta il 48% dell’immondizia raccolta. Dove finiscono i rifiuti non selezionati?

Il 40% è usato come combustibile negli inceneritori che recuperano energia (alcune società usano questo procedimento per riscaldare le città in luogo delle caldaiette condominiali, che sono meno efficienti)

Il 60% finisce in discarica. E non potrebbe. Buttare spazzatura mista in discarica è un’infrazione che l’Unione europea sanziona anche pesantemente. E allora? E allora ecco un modo un po’ furbetto per aggirare i divieti europei e italiani. Lo spiega bene Giliberto: “Il modo è l’impianto Tmb, sigla di trattamento meccanico biologico. A Napoli il nome cambia un poco, si chiama Stir, ma ha la stessa funzione. I Tmb sono la tecnologia che incatena Roma alla schiavitù dei rifiuti, insieme con l’opportunismo di quei politici pronti ad appoggiare le proteste dei comitati nimby contro la costruzione di impianti.” Come funziona? “L’impianto Tmb è un cilindro rotante e bucherellato. Da una parte entra la spazzatura generica e non differenziata; attraverso i buchi del cilindro cadono i rifiuti “umidi” avanzi alimentari e altra spazzatura più pesante, che vengono stabilizzati per fermarne la fermentazione, mentre dall’altra estremità del cilindro rotante escono i rifiuti più leggeri come plastica e carta. La parte umida (un misto di bassissima qualità e piuttosto schifoso che non si può usare per produrre compost da spargere sui campi come concime) va negli inceneritori e viene mescolato con i rifiuti secchi dell’inceneritore. La parte secca e leggera è classificata come rifiuto speciale, non più urbano, e di conseguenza può essere buttata in qualsiasi discarica italiana, anche fuori regione.”

I Tmb sono uno strumento di carattere emergenziale. Il comune di Milano vi ricorse una ventina di anni fa per gestire una situazione di difficoltà. Ma in seguito ha puntato sulla differenziata e si è dotata di un impianto che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. Risultato: oggi Milano non necessita di discariche. Roma no. Ha puntato tutto sui Tmb, complici (spesso involontari) i comitati di cittadini che hanno impedito impianti alternativi alla discarica monstre di Malagrotta paventando scenari apocalittici.


Inceneritori Nimby

Le proteste Nimby (acronimo inglese per Not In My Back Yard, letteralmente “Non nel mio cortile”) ci conducono alla questione centrale. Gli impianti alternativi potrebbero essere una delle soluzioni al problema dello smaltimento dei rifiuti, ma trovano l’ostacolo dei comitati del No e la compiacenza verso quest’ultimi di sindaci, assessori e magistratura. Il risultato: gli impianti da costruire vengono bloccati,quelli esistenti chiusi.

Prendiamo gli inceneritori. In Italia ce ne sono 41, quasi tutti di piccole dimensioni e chiaramente insufficienti a risolvere il problema. Su 32 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, gli inceneritori ne distruggono appena 5 milioni. Dovrebbero esserne distrutti altri 5 milioni e invece gli impianti alternativi vengono bloccati.

Due casi emblematici

Gli esempi di impianti bloccati non mancano. Giliberto ne cita due.

il Consiglio dei Ministri ha bocciato il progetto di un termovalorizzatore per sostituire la vecchia centrale a olio combustibile di San Filippo del Mela (Messina), a fianco della raffineria Q8 di Milazzo. Il motivo del no? L’inceneritore da costruire al posto della colossale centrale termoelettrica avrebbe turbato il delicato paesaggio a fianco della raffineria di petrolio (!)

Il secondo caso è quello di Roma, città che contribuisce a paralizzare il sistema. Il 16 ottobre il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha “spento” l’inceneritore di Colleferro per un impianto che tratterà e rimetterà nel sistema i materiali provengono dai Tmb. Il ministro Costa ha applaudito la scelta, ma intanto il problema rimane: le 39mila tonnellate di rifiuti “romani” saranno portate agli abruzzesi. Zingaretti, infatti, ha firmato la firmato una delibera che proroga sino a fine anno il trasporto di rifiuti in Abruzzo. Più Nimby di così…

E io pago

Le difficoltà a smaltire i rifiuti hanno fatto aumentare i costi e creato un business ai danni dei cittadini e dello stesso ambiente. Prendiamo il caso della Capitale. Schiava dai Tmb, da mesi Roma prova a bandire gare per lo smaltimento dei rifiuti che non riesce a collocare. Nel silenzio. Le gare, ormai, vanno deserte una gara dopo l’altra. Le offerte sono sempre più alte e appetitose, ma nessuno si fida a giocare una partita in cui si rischia un processo penale e il fallimento aziendale. “La gara più recente”, scrive Giliberto, “è arrivata a offrire ben 207 euro la tonnellata, trasporto compreso. Ma nemmeno 207 euro possono far aprire le porte a impianti intasati di immondizia.”

Razzi, incendi e… diossina

Il blocco e i prezzi sempre più alti, dicevamo, hanno favorito l’inserimento della malavita, che in più di un’occasione ha risolto il problema con “una tanica di gasolio e un accendino” per la gioia dei polmoni dei cittadini.

Il Sole 24 Ore ha censito, dal 2014, ben 343 di incendi (non tutti dovuti alla malavita organizzata) a impianti o macchinari di lavorazione dei rifiuti.

  • Impianti di trattamento rifiuti andati a fuoco: 136.
  • Incendi in discariche: 31.
  • Fuoco in isole ecologiche, a compattatori, a piattaforme di selezione: 45.
  • Impianti di compostaggio danneggiati dalle fiamme: 6.
  • Discariche abusive incendiate: 103.
  • Ecoballe date alle fiamme in Campania: 5 casi.
  • Inceneritori colpiti da incendi: 14.
  • Altri eventi: 3.

Interessante il dato presentato da Giliberto secondo il quale i botti di Capodanno a Napoli producono tanta diossina quanto 120 inceneritori in un anno. Inquietante il fatto che, in quel caso, nessuno protesti o sollevi il problema della salute pubblica e ambientale.

Plastica, carta e vetro: dove li mettiamo?

Dall’inizio del 2018 la Cina, che era una grande importatrice, ha chiuso le frontiere a carta, plastica e altri materiali riciclabili. I riflessi a cascata sono stati non indifferenti: l’Olanda, invasa dai rifiuti inglesi e dai propri, non riesce a smaltire più in Cina e, di conseguenza, non può importare quelli italiani.

L’Italia, dunque, è rimasta col cerino in mano. Piove sul bagnato.

Un altro capitolo delicato è quello della carta. Molta carta, infatti, non trova collocazione adeguata. Detta altrimenti, l’offerta (anche grazie alla diligenza degli italiani nella raccolta differenziata) supera la domanda. Spiega Giliberto: “Le cartiere che usano carta riciclata hanno bisogno di un inceneritore per eliminare la spazzatura che i cittadini disattenti mescolano nei cassonetti della carta (come per esempio le buste di plastica che avvolgono le riviste o come la plastica dei cartoni del latte) e per esempio la cartiera della Pro Gest a Mantova non riesce ad accendersi perché i comitati nimby paralizzano l’inceneritore che le è asservito.”

Anche il vetro ha problemi di assorbimento, con il risultato che la maggior parte di esse finisce in discarica.

Testimonianze

Il quadro delineato è troppo catastrofistico? Affatto, come dimostrano alcune testimonianze raccolte nell’indagine. Sentite qua.

Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia: «Non si tratta più di emergenze locali e regionali sui rifiuti indifferenziati, siamo di fronte ad una crisi generalizzata che riguarda sia i gestori dei rifiuti che il tessuto produttivo fino agli scarti dei materiali riciclati. Il recepimento delle direttive europee sul pacchetto per l’economia circolare, dovrà essere per l’Italia l’occasione per una strategia nazionale sulla gestione dei rifiuti, che individui azioni e strumenti».

Andrea Ramonda, amministratore delegato di Herambiente: «Gli impianti del mercato del riciclo sono strapieni: cartiere, impianti di trattamento e selezione della materia prima seconda, la plastica».

Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra: «È tutto tremendamente semplice. Quando non si riescono trattare e smaltire i rifiuti si bruciano. Prima o poi si capirà?»

Claudio Gemme, presidente del gruppo tecnico industria e ambiente di Confindustria: «Le aziende manifatturiere stanno affrontando una crisi senza precedenti. Parliamo di imprese che fanno economia circolare, ma che sono in crisi perché non riescono a collocare lo scarto non riciclabile originato dalle loro attività. I costi per lo smaltimento dei rifiuti stanno diventando insostenibili (in alcune realtà sono più che raddoppiati negli ultimi 2 anni) e gli spazi si stanno esaurendo. Il Paese ha bisogno di impianti e infrastrutture, dobbiamo affrontare con le tecnologie più innovative e con l’informazione la sindrome nimby. Industria, ambiente e salute possono viaggiare nella stessa direzione. A Copenaghen è presente nel centro cittadino un termovalorizzatore che, oltre a non inquinare e produrre energia dai rifiuti a favore della città, dando corrente a 62.500 abitazioni e acqua calda ad altre 160mila, è dotato sul tetto anche di una pista da sci».

Il Paziente inglese

Anche l’Inghilterra ha un grande problema coi rifiuti. Con l’obiettivo di chiudere le discariche, in Oltremanica hanno pensato a un’ecotassa altissima: 120 sterline per ogni tonnellata di immondizia destinata alla discarica. L’effetto? I rifiuti inglesi hanno presso il largo verso gli inceneritori olandesi e tedeschi. L’ulteriore effetto? Prezzi in ulteriore rialzo e rincaro anche per lo smaltimento dei rifiuti italiani.

Ecco, ci mancava pure l’Inghilterra…