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Termovalorizzatore di Poggibonsi, cosa c’è dietro la foto fake

febbraio 8, 2020 By

Ha suscitato attenzione, su web e carta stampata, la polemica tra Siena Ambiente e alcuni attivisti ambientali. Il casus belli? Il termovalorizzatore di Poggibonsi, che la società gestisce. Ma sarebbe meglio dire: la foto del termovalorizzatore. Cosa è successo? E soprattutto: perché questa vicenda merita attenzione? Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire.

Succede che alcuni cittadini, preoccupati dalle emissioni, diffondono dei volantini informativi accompagnati dalla foto dell’impianto. Scene già viste in questi anni. Tutto secondo copione, se non fosse che la foto è un fotomontaggio. Tant’è che, sulla propria pagina Facebook, Siena Ambiente pubblica delle immagini per dimostrare che alla foto del termovalorizzatore “è stata malamente sovrapposta la foto di una ciminiera da cui esce una colonna di fumo tipica di un impianto altamente inquinante, con sfumature grigio/nere”.

Fin qui la cronaca. E poco importa delle repliche e controrepliche del caso. A ben vedere, infatti, il vero nocciolo della questione è proprio il contrario di quanto detto in apertura di articolo. Il casus belli non è la foto, ma il termovalorizzatore, troppo spesso considerato una soluzione “cattiva” per la gestione e smaltimento dei rifiuti. Vediamo (e ascoltiamo) perché non lo è.

Termovalorizzatori, cosa sono

I termovalorizzatori sono impianti che smaltiscono i rifiuti non recuperabili in termini di materia e che ne valorizzano l’energia contenuta attraverso la produzione di elettricità e calore. Come prevede la normativa europea, chiudono il ciclo di gestione dei rifiuti, impostato secondo un ordine di priorità – la c.d. piramide dei rifiuti – che ha l’obiettivo di dismettere gradualmente il ricorso alle discariche.

In Italia, certa politica e ambientalismo hanno ostacolato la loro costruzione. In passato, le perplessità e le preoccupazioni avevano le loro ragioni, visto che molti degli inceneritori costruiti nel secolo scorso avevano come obiettivo solo quello di ridurre volume e peso degli scarti. Mancava, dunque, una sensibilità ambientale, a partire dalle emissioni inquinanti del processo di combustione.

Oggi, queste preoccupazioni sono venute meno. I nuovi impianti, infatti, sono molto diversi da quelli realizzati sessanta, settanta anni fa. Principalmente per tre motivi: 1) ci sono controlli della combustione molto più sofisticati che prevengono la formazione di inquinanti; 2) esiste un trattamento delle emissioni; 3) questi impianti, a differenza degli inceneritori (i termovalorizzatori ante-litteram) producono energia elettrica e di calore.

A proposito di quest’ultimo effetto, basi pensare all’impianto di Bolzano che riscalda 10.000 alloggi e ne illumina 20.000 grazie a tecnologie tra le più avanzate in circolazione e con un impatto ambientale veramente minimo.

Tre benefici dei termovalorizzatori

I benefici

Come spiega Stefano Consonni, professore Dipartimento Energiadel Politecnico di Milano in un documentario tv su Copenhill, i termovalorizzatori comportano tre tipi di benefici: energetici (come appena detto, producono energia), ambientali (riducono l’uso di combustibili fossili e rispetto ad altre forme di smaltimento – discarica in primis – sono meno impattanti) ed economici (riduzione dei costi di smaltimento).

Esistono impianti a impatto zero?

In Italia, come detto, i termovalorizzatori suscitano proteste perché ritenuti inquinanti. La domanda, allora, è: esistono impianti a impatto zero? La risposta è no. Semplicemente perché in natura non esiste nulla a impatto zero. Nemmeno le azioni umane che svolgiamo quotidianamente. Detto questo, gli impianti più moderni garantiscono emissioni di CO2 sempre più contenute e un abbattimento quasi totale di diossina, sostanze pesanti e altre sostanze inquinanti. Il termovalorizzatore di Acerra (Campania), ad esempio, è 100 mila volte inferiore al valore guida suggerito dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Per questo, nel valutare la soluzione da adottare, si dovrebbe considerare quella migliore e meno impattante. Senza preconcetti. Cosa che purtroppo accade spesso alle nostre latitudini (dove all’ideologia si affiancano interessi di parte e strumentalizzazioni politiche).

Abbandonare posizioni ideologiche

La termovalorizzazione nemica delle discariche

I termovalorizzatori sono nemici delle discariche. Aumentare il riciclo dei rifiuti e, al tempo stesso, produrre energia. Ecco la ricetta adottata dai Paesi del Nord Europa, che hanno così di fatto abbandonato le discariche. Del resto, la stessa Unione Europa considera queste come la soluzione “meno gradita” per lo smaltimento dei rifiuti. Non a caso, entro il 2035, i Paesi dell’Unione dovranno portare in discarica solo il 10% dei rifiuti urbani.

In Italia, gli impianti di termovalorizzazione sono una quarantina, molti dei quali al Nord. Un numero troppo esiguo per le esigenze del Paese, nonostante tra questi ci siano diverse eccellenze. Le conseguenze di questa insufficienza, infatti, sono gravose per l’ambiente o ai costi medi per famiglia. Basti pensare alle emissioni di CO2 e alle polveri sottili dei 500 tir che ogni giorno portano i rifiuti i fuori dalle Regioni non autosuffcienti a livello d’impianti. Oppure ai 447 euro annui spesi da una famiglia media in Campania rispetto ai 246 di una famiglia della Lombardia (regione autosufficiente).

Ecco allora che l’immagine dei fumi dell’inceneritore di Pontedera, al netto del merito della vicenda, “fotografa” la situazione di un Paese che non riesca a fare i conti con i rifiuti. Nel futuro, dunque, è auspicabile un cambiamento culturale sul tema. Perché le buone pratiche nazionali e all’estero insegnano: i rifiuti rappresentano (anche) un’opportunità sociale ed economica.