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Ambiente, i numeri che preoccupano

agosto 17, 2020 By

I numeri del rapporto Living beyond nature’s limits del Wwf raccontano come il rapporto tra uomo e ambiente sia giunto a un punto di svolta, che richiede misure coraggiose e non più procrastinabili.

Qualche dato del report per rendere l’idea. Ciascun europeo ha un’impronta ecologica (misura che indica il consumo da parte degli esseri umani delle risorse naturali che produce la Terra) di 4,7 ettari globali mentre la bio capacità mondiale è di circa di 1,7 ettari globali per persona. Tradotto: se ogni abitante della Terra consumasse risorse come un europeo medio, occorrerebbero circa tre pianeti per sostenere l’economia globale.

Ci sono, poi, altri numeri che alimentano la preoccupazione. Qualche esempio? Eccoli: nei prossimi 40 anni si prevede che il consumo globale di biomassa, combustibili fossili, metalli e minerali raddoppierà; la quantità di rifiuti prodotti aumenterà del 70% entro il 2050; gli scarti elettronici cresceranno del 38% entro il 2030.

Insomma, ce n’è abbastanza per comprendere perché la Commissione europea a marzo – proprio alla viglia della pandemia – abbia lanciato il Green Deal. Una tabella di marcia per rendere sostenibile l’economia dell’UE programma che l’emergenza sanitaria non può bloccare, semmai rallentare visto che parte delle risorse saranno destinate alla ripresa economica.

Anche perché le ricette ci sono. Ambiziose e, in linea coi dettami dell’economia circolare, con l’obiettivo di tenere insieme crescita economica e sostenibilità dell’ambiente. Eccone alcune.

1. Per iniziare bisogna ripensare l’ecodesign. Partendo dalla stima che l’80 per cento dell’impatto ambientale di un prodotto è dovuto dalla progettazione del prodotto, l’idea è quella di contrastare l’obsolescenza programmata. Ad oggi, l’Ue ha introdotto il Right to repair. In pratica, le aziende produttrici dovranno per legge rendere disponibili i pezzi di ricambio per 7 anni dalla commercializzazione di ogni nuovo elettrodomestico, che salgono a 10 anni per le lavatrici. La norma entrerà in vigore nel 2021 e, ad oggi, riguarda solo gli elettrodomestici, ma nel futuro potrebbe essere estesa anche ad altri beni.

2. Poi bisogna entrare nell’ottica del prodotto come servizio. Un cambiamento di prospettiva nel quale anche in Italia, da qualche anno, siamo entrati. Il car sharing, ad esempio, non solo vuol dire ridurre il numero delle auto in città e favorire l’uso condiviso di mezzi più moderni ed efficienti, ma anche cambiare la prospettiva rispetto alla proprietà. Conterà sempre più il servizio che l’utente riceve (e al contempo il beneficio perla collettività). Il che, naturalmente, sposterà sempre di più all’azienda di turno gli oneri fiscali (si pensi alla “carbon tax”) delle performance ambientali.

3. A seguire, infine, una serie di misure raccomandate dal Green Deal: dall’aumento del della percentuale di materiale riciclato fino alla mobilità elettrica (pratica ritenuta fondamentale per raggiungere l’obiettivo del taglio del 90 per cento delle emissioni da trasporto), passando per l’implementazione energetica degli edifici.

Insomma, ci sono tutte le premesse e le potenzialità per un’economia sempre più verde. Anche perché, in alcuni settori, il futuro è già cominciato. Ad esempio, il tasso di riciclo del vetro in Italia è, con il 76 per cento, già oggi di 1 punto percentuale superiore a quanto individuato dal piano europeo entro il 2030.

D’altra parte, c’è ancora tanto da fare. Un recente rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente, infatti, ha rilevato come molti rifiuti abbiano un potenziale di riciclo ancora inespresso. Se quello da attività edilizie è del 96 per cento rispetto al 71 per cento riciclato oggi e quello da rifiuti urbani è dell’80 per cento rispetto al 43 riciclato, il potenziale di riciclo dei materiali elettronici è addirittura del 75 per cento rispetto al 31 per cento odierno.

La strada, dunque, è lunga e la pandemia l’ha resa ancora più tortuosa. Ma il cammino è segnato. E l’orizzonte è verde.