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Mascherine da smaltire, ecco 3 soluzioni

settembre 26, 2020 By

Prima o poi si dovrà fare i conti col problema dello smaltimento delle mascherine. Già durante il lockdown, quando (anche comprensibilmente) si guardava all’emergenza e al contingente, si erano levate più voci sul pericolo ambientale che queste potevano creare.

Numeri da brivido

A distanza di mesi – ahinoi – i numeri confermano le preoccupazioni. L’Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) stima che, dallo scorso maggio sino alla fine dell’anno, la produzione complessiva di rifiuti sarà tra le 160 mila e le 440 mila tonnellate, con un valore medio di 300 mila tonnellate. Non è tutto. L’Istituto Superiore di Sanità, infatti, ha posto all’attenzione un dato da brividi: anche solo l’1% delle mascherine non smaltito correttamente, vorrebbe dire 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente.

Siamo davanti a cifre inquietanti, aggravate dalla pandemia, che rischiano di avere una ricaduta sulla già precaria situazione dei nostri mari. E se il recente passato è un racconto da paura con ben 13 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani (fonte Nazioni Unite), quello futuro potrebbe diventare horror con circa il 75% delle mascherine utilizzate e degli altri rifiuti Covid destinato a finire in discariche o nei mari (fonte Unep). Una tragedia ambientale, con ricadute turistiche e finanziarie stimate in 40 miliardi di dollari.

Pericolo scuole

Previsioni esagerate? Niente affatto, come dimostra il caso di Lantau – l’isola più grande di Hong Kong – nella quale, in un’area di 100 metri, sono state ritrovate 70 mascherine in mare e una trentina in spiaggia. Insomma, numeri preoccupanti che fanno ancora più paura con la riapertura delle scuole, visto che queste si candidano a diventare – loro malgrado – una fonte inesauribile di rifiuti sanitari (solo fino a qualche giorno fa, in Italia sono state fornite gratuitamente 136 milioni di mascherine chirurgiche).

Tre soluzioni

Le soluzioni? Come ripetuto spesso in queste pagine, a problemi complessi non si può che rispondere con soluzioni complesse. Insomma, non c’è la bacchetta magica, l’arma segreta, l’asso nella manica col quale risolvere un problema così grande e articolata. Quello che si può e si deve fare, invece, è operare a diversi livelli, consapevoli che le ricette messe in campo spesso sono diverse anche in temrini di efficacia.

a. Regole di buon senso

Innanzitutto, attenersi alle tre indicazioni fornite da Ministero dell’Ambiente insieme a Guardia Costiera, Ispra, Iss ed Enea: 1. gettare mascherine e guanti nell’indifferenziata; 2. servirsi il più possibile di quelle riutilizzabili; 3. non buttarle a terra per evitare gravi danni all’ambiente. Si tratta di regole di buon senso, purtroppo non sempre rispettate, come ci mostrano immagini dal Bel Paese e dal mondo.

b. Raccolta differenziata

Un altro metodo per far fronte all’emergenza in questione è quella di una raccolta differenziata. Si tratta di una soluzione con diversi sostenitori e da prendere in considerazione, anche se deve fare i conti con il conferimento – al momento – non sempre impeccabile dei cittadini e, soprattutto, che il riciclo prevede che i rifiuti siano sicuri sotto il profilo sanitario. Condizione che in questo caso verrebbe a mancare.

c. Impianti di smaltimento

E allora? Come per i rifiuti (un problema col quale politica e amministrazioni continuano a non fare i conti) la soluzione più efficiente, se non addirittura, risolutiva potrebbe essere quella suggerita a Jacopo Giliberto sul Sole 24 Ore da Renato Mazzoncini, ingegnere bresciano: un termovalorizzatore di taglia media, capace di trattare qualche centinaio di migliaia di tonnellate l’anno.

“Se vogliamo smaltire in maniera sicura quel materiale non solo per l’ambiente ma anche per il rispetto delle implicazioni sanitarie, ci servirebbe in teoria un termoutilizzatore di media taglia in o meglio più impianti in cui suddividere quel materiale e al tempo stesso risolvere l’emergenza rifiuti di tante zone del Paese”, sostiene Mazzoncini. Ed è difficile dargli torto. Sì, perché il suo sarà pure un suggerimento interessato – l’ingegnere è anche amministratore delegato di A2A, società che in Italia ha il maggior numero di impianti di termovalorizzazione dei rifiuti non riciclabili – ma la ricetta più concreta per evitare che tonnellate di mascherine pensate per salvare l’uomo distruggano l’ambiente che lo circonda.

Del resto, c’è poco da fare: non si possono nascondere le mascherine sotto il tappetto (cioè, mare, spiagge e strade). Serve allora che il Paese e la sua classe dirigente siano coraggiosi e ambiziosi, magari sfruttando proprio il New Green Deal europeo. Dice sempre Mazzoncini: “Sarebbe meglio fare ricorso ai fondi europei, destinati spesso a progetti poco concreti, per aiutare l’Italia a dotarsi di infrastrutture strategiche per competere alla pari con le più avanzate città europee”. Un’ipotesi (almeno) da prendere in considerazione prima che sia troppo tardi.